Sono le diciassette e zerodue del primo febbraio
duemilaeundici. Butto giù queste quattro parole sul
foglio digitale di un antiquato blocco note di
windows. Penso che se fossi nato vent'anni prima avrei
dato dell'"antiquato" a un foglio di macchina da
scrivere. In ogni caso preferisco usare una tastiera
al posto di carta e penna, o carta e matita. Un file .txt
è freddo, impersonale, non lascio tracce sulla carta a seconda del mio umore, la parola assume il suo potere più intrinseco, quello del significato.
Ho iniziato senza alcuna idea e sono già arrivato a questo punto (non so quante parole - non sto usando Word). A mano a mano (anzi, a dita a dita) che diligentemente i pixel delle lettere vanno a posizionarsi negli spazi vuoti sullo schermo sento migliaia di concetti formarsi in testa, lievitare come una torta paradiso, fermentare come il vino e sento che dovrei catturarle, lavorarle e trascriverle prima che svaniscano. Troppo tardi. Andate. O forse sono ancora li.
O forse era proprio questo il punto qualche secondo addietro.
Questa era l'idea che cercavo di prendere al lazo e portare nel recinto: scrivere di come mi vengono le idee.
Poi ci ripenso e mi dico che non può essere. Troppo banale.
Subito dopo (adesso) mi viene il dubbio che non stia utilizzando le regole base della narrazione: sto scrivendo davvero in questo momento quello che penso? E quanto tempo deve passare tra l'idea e la trascrizione della stessa? E quanto ne ho lasciato passare io scrivendo queste cose (adesso)? Troppo? Troppo poco?
Quasi quasi ridò a questo mostro informe una posizione temporale - sono le diciassette e quarantaquattro (quarantacinque mentre scrivo quarantaquattro). Sono passati più di quaranta minuti (17.46 adesso) da quando ho iniziato a fare questo gioco (lo avete perso! *trollface*) (17.47) e se guardo indietro vedo tante gabbiette dorate in fila su un tavolo di marmo bianco (17.48). Sono il tempo che ho catturato per sempre, che è andato per sempre. magari qualcuno non ricorderà le 17.46, o non le avrà catturate ma io l'ho fatto, l'ho impresse nella retina di questo momento che resterà scolpito per sempre (17.50). Mi sento realizzato. O forse no. E tu che hai letto quello che ti ho scritto (17.51 - ho anche aspettato che scattassero) puoi tornare al principio di questo piccolo muro di testo e ricominciare, tornando indietro nel tempo come ho appena fatto io (17.54 - mentre rileggevo). Tu non saprai mai se davvero ho ingabbiato il tempo (17.55), se ci ho messo davvero un'ora a scrivere tutto questo, qualche minuto o più giorni ma di una cosa puoi essere certo: (17.56) ... (17.57) (17.59)
(17.61) .. (17.66)...
All work and no play makes Jack a dull boy.
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