Attenzione

ATTENZIONE: se non condividerai questo blog sulla pagina facebook di 10 amici qualcosa di molto brutto ti accadrà. J. F. Edwards di Cheltnham, Inghilterra, non ha condiviso il blog e dopo dieci giorni ha perso il lavoro. Silvio B. di Arcore, Italia, ha ignorato questo avviso e dopo tre giorni ha perso la carica di Primo Ministro. J.F. Kennedy di Brookline, Massachusset, ha preso sottogamba questa catena e cinque giorni dopo è morto. È tutto vero.

mercoledì, marzo 31

Capitolo Quattro

Ha il manto di cento e più penne nere
e'l becco suo è fatto di fiori d'arancio
l'occhio di vetro, il cuor di braciere
di carta ha le ali, con cui dà lo slancio

e vola sui visi che han perso colore
sul borgo di pietra che dorme sontuoso
sul sogno dell'uomo che fu peccatore
che avanza nell'incubo suo luminoso

il corvo ti osserva, Giò, lui sà tutto
dei grandi segreti, del bello, del brutto
di ogni speranza che nutri nel petto
e sa cos'hai fatto, glie lo hanno già detto

ma ora vai avanti, mio splendido amico
e non ti voltare. Fai come ti dico
c'è un ombra che porti con te dalla culla
c'è un ombra con te.

martedì, marzo 30

Capitolo Tre

Il biglietto lasciato dalla donna dormiva sul sedile del passeggero del maggiolino nero.
Giò guardò dal finestrino e non vide altro che file e file di cipressi marciare in direzione opposta alla sua.
L'indirizzo che gli era stato dato portava al cimitero. 
Meglio così, pensò l'uomo stancamente, i morti non danno problemi.

Si fermò in un grosso piazzale di finissima sabbia bianca e scese dall'auto. 
La situazione gli appariva onirica: non era mai stato in quella parte della città eppure sapeva con certezza che ciò che lo circondava non era reale. Il cielo sopra di lui era bianco di nuvole. Bianca era la sabbia in cui i suoi mocassini neri affondavano e bianche erano gli alti muri di cinta di quel cimitero che non aveva mai visto.
I quindici passi che lo separavano dal cancello in ferro battuto riecheggiarono delicatamente in un silenzio irreale di cui Giò si accorse solo in quel momento. Un silenzio pesante e atroce.

Fortunatamente la sua mente si trovava uno stato accomodante e tanto bastava a non farlo impazzire.

Il cancello si aprì con un leggero scricchiolìo e l'uomo s'incamminò tra i visi pallidi delle fotografie in bianco e nero che si voltarono nelle loro piccole finestrelle di vetro contornate di lumini a osservarlo passare, nel grande corridoio centrale di quel posto fuori dal mondo.

Capitolo Due

Al terzo trillo Giò abbassò la Beretta.
Tagliò a metà il quarto sollevando la cornetta con la mano che non reggeva l'arma.

-Pronto- disse, con una voce che nessuno avrebbe mai potuto attribuire a un aspirante suicida;
-Ce ne ha messo di tempo- rispose la voce dall'altro lato. Una voce femminile. Sensuale;
-Non ero nella stanza- mentì prontamente;
-Certo che non lo era, Giò- affermò la voce senza inflessioni. -Mi perdoni se salto i convenevoli- aggiunse -ma mi preme che lei faccia qualcosa per me.
-Sto ascoltando- ed era la verità. Il suo cervello, vuoi per la calda voce dell'interlocutore, vuoi per il fatto che era scampato per un soffio a ritrovarsi spalmato sul poster incorniciato di Guernica dietro la scrivania, era reattivo e improvvisamente lucido.
-Voglio che vada in un posto e prenda qualcosa per me- disse.
Più semplice di così si muore, pensò Giò, con un occhio sulla pistola ancora in mano.
-La mia paga è alta- disse senza pensare, era una frase automatica, invariata negli anni.
-Non sarà un problema- un sorriso affiorò sulla bocca di lei, Giò ne era sicuro;
-Inizierà oggi stesso. Le ho lasciato un biglietto nella cassetta delle lettere. È tutto scritto lì-.

Riattaccò silenziosamente.


Giò aveva ancora in testa la voce della donna. Si alzò. Appoggiò la pistola sul biglietto d'addio che aveva scritto per il mondo e rimase a pensare per qualche istante a ciò ch'ella gli aveva chiesto.
Voglio che vada in un posto e prenda qualcosa per me. Un biglietto nella cassetta delle lettere. Un biglietto.
Uscendo dalla stanza pensò che magari poteva rimandare la sua "medicina".
Scendendo le scale decise che forse avrebbe dato una chance all'esistere.

lunedì, marzo 29

Capitolo Uno

Giò aveva passato buona parte di quel torrido pomeriggio estivo a far scorrere la lingua nel solco dove in principio v'era un incisivo destro. La frizione su quei nervi scoperti gli dava una sensazione di dolore radicale e benessere. La sedia di pelle, il vero trono di quello squallido ufficio, lo accoglieva in grembo come una vecchia madre apprensiva e scricchiolante, cullandolo tra un pensiero cattivo e un altro peggiore.
Malgrado fossero solo le cinque e mezza e la finestra spalancata, la stanzetta che ospitava la sua routine giornaliera era immersa in un'oscurità più tangibile delle sue aspettative per la giornata.

La pistola con cui giocherellava, una Beretta M9, nera, trasferiva alle sue dita una piacevole sensazione di tranquillità. Il peso della semiautomatica era la cosa più reale in quella stanza per l'uomo che sedeva alla scrivania ingombra di carte.
Tra le scartoffie, una in particolare: un semplice foglio bianco a righe, strappato (con poca delicatezza, probabilmente) da un comune quaderno, Esso giaceva al centro esatto della scrivania, risultando senza dubbio la cosa più in ordine in quel marasma cartaceo. Vergata a penna solo una riga al margine superiore:

"Non rimpiango niente".

Con estrema calma Giò sollevò la canna della pistola, impugnandola con fermezza, e se la portò alla gola.
Purtroppo per quei porci della scientifica (così pensò l'uomo alla scrivania) il telefono squillò, chiaro e limpido come una fonte montana.

domenica, marzo 28

Il Primo Post

Ahh, il primo post,


Il dente che và levato.


La presentazione del sottoscritto.

Mi chiamo Giovanni e sono nato e vivo in Italia, un paese che non sarà mai una potenza mondiale ma neanche il peggiore al mondo.
Mi sono diplomato come art-director e mi ritengo un creativo.
Canto in due band di cui non farò mai il nome e il mio rapporto con la musica è come quello tra il reverendo Joseph Murphy e un bambino sordo. 


Carnale.


Provo ribrezzo verso chi non vuole cambiare, con la scusa delle tradizioni.
Non sopporto l'ipocrisia di chi trasforma un perfetto idiota in un martire.
Disprezzo ogni forma di dogmatismo, televisivo e non.
Odio visceralmente chi si impone senza dare una possibilità di difesa.
Rifiuto le religioni, le etichette, i taboo, l'esser schiavi d'un sistema corrotto e la liquerizia.


Amo il mio gatto.


Giò sostava ansimando accanto al tavolo. Con la mano destra reggeva ancora la pinza d'acciaio sgocciolante.
 Il tavolo di plastica bianca da quattro soldi era macchiato verso il centro da una piccola pozza di liquido rosso scuro.
Quando il dolore in bocca iniziò finalmente a diminuire Giò guardò verso il centro del tavolo, mostrando un sorriso sanguinolento, folle e incompleto:
proprio in mezzo al tondo rosso giaceva, come un principe su un trono cremisi, un bellissimo incisivo.